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A Kursk, una serie di devastanti attacchi ucraini ha appena inflitto nuove pesanti perdite alle forze speciali cecene Akhmat. Di conseguenza, il malcontento ha iniziato a diffondersi tra i combattenti ceceni, spingendone alcuni a considerare la defezione dall'esercito russo per passare al fronte opposto.
Questo scenario fa seguito a una complessa operazione dell'intelligence militare ucraina, che era riuscita a infiltrare le unità Akhmat installando un dispositivo di intercettazione. Sebbene i servizi di sicurezza russi abbiano successivamente individuato la microspia, la mancata rilocazione delle truppe da parte del comando russo ha permesso alle forze di Kiev di continuare a colpire le posizioni cecene con estrema precisione.
Un esempio emblematico è l'attacco condotto a Snizhne, nella regione occupata di Donetsk, dove droni a lungo raggio ucraini hanno bersagliato un centro d'addestramento per operatori di droni del 78° Reggimento forze speciali Akhmat. L'azione, eseguita in ondate successive da undici droni con testate da cento chilogrammi, ha causato la detonazione dei depositi di munizioni interrati nel seminterrato della struttura di duemila cinquecento metri quadri. Il crollo dell'edificio ha provocato circa sessantacinque vittime tra il personale Akhmat, incluso il comandante del centro, come confermato dai rilievi video che hanno documentato le massicce esplosioni secondarie.
Successivamente, i droni da ricognizione ucraini hanno tracciato un ulteriore dispiegamento della Akhmat in fase di ridislocazione verso la regione russa di Kursk. L'individuazione del contingente all'interno di un'area boschiva vicino al confine ha attivato un attacco missilistico tramite sistema HIMARS. I filmati diffusi dagli stessi soldati ceceni superstiti hanno confermato la distruzione di equipaggiamenti e la morte di circa sessanta militari, oltre a un elevato numero di feriti.
Il bilancio complessivo di circa duecento vittime in un breve arco temporale ha compromesso la tenuta psicologica dei reparti. La reiterazione degli attacchi contro le aree di raggruppamento e addestramento ha alimentato la frustrazione dei combattenti, che accusano i propri comandi di grave negligenza nella protezione delle forze.
I segnali di questo cedimento interno sono emersi durante un'operazione di pattugliamento ucraina, nel corso della quale tre militari della Akhmat si sono consegnati spontaneamente. Durante l'interrogatorio, i militari non si sono limitati a chiedere la resa, ma hanno espresso la precisa volontà di integrarsi nelle formazioni di volontari ceceni che combattono a fianco di Kiev, come il Battaglione Sheikh Mansur, manifestando forte ostilità verso la leadership filorussa di Groznyj per la gestione a perdere dei propri connazionali.
In prospettiva geopolitica, l'ingaggio dei combattenti ceceni resta profondamente legato a dinamiche identitarie, nazionaliste e religiose. L'eredità storica dei conflitti ceceni e il risentimento latente verso Mosca continuano a esercitare una forte influenza. L'erosione della fiducia nei vertici filorussi, unita all'incremento delle perdite umane, potrebbe amplificare le spinte centrifughe e destabilizzare ulteriormente le aree della Federazione Russa storicamente caratterizzate da forti movimenti indipendentisti.